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Il 28 aprile prossimo prenderà il via il processo alle tre attiviste e due attivisti del Coordinamento Fermare Green Hill che, il 20 aprile 2013, occuparono lo stabulario del Dipartimento di Farmacologia dell’Università Statale di Milano.

L’occupazione, e la successiva liberazione a volto scoperto, non fu un’azione isolata e fine a se stessa, ma ultima tappa, in ordine di tempo, di un percorso iniziato anni prima.

Nel 2010, chiuso l’allevamento Morini di San Polo d’Enza, in Italia restava attiva una sola fabbrica di cani cavia. Quella della Green Hill srl di Montichiari, in provincia di Brescia, di proprietà della Marshall Farms, multinazionale statunitense leader nella commercializzazione di animali da laboratorio. E nel 2010 prende il via la campagna, ideata e condotta dagli attivisti ed attiviste del Coordinamento Fermare Green Hill, che porterà, dopo azioni eclatanti come l’occupazione del tetto di uno dei capannoni e la liberazione in pieno giorno di un’ottantina di cani, alla chiusura dell’allevamento e al sequestro, e salvataggio, di tutti gli individui lì rinchiusi.

Nel settembre 2012, dopo due anni di battaglie, i cinque capannoni dell’allevamento sono ormai vuoti. Più di 3000 cani (cuccioli, fattrici, riproduttori) ne sono usciti per andare verso una nuova vita. I dirigenti, il veterinario, i dipendenti della ASL, verranno da lì a poco inquisiti (e condannati) per maltrattamento animale.
Persino il commercio di furetti da compagnia della Marshall in Italia, dopo poche settimane di campagna ed un solo presidio, viene definitivamente smantellato.

Una vittoria senza precedenti. Il gigante della sperimentazione sconfitto da uno sparuto gruppo di persone senza mezzi, senza agganci politici, ma sorretto da una strategia ben studiata e dal supporto di migliaia e migliaia di persone.

Ma una vittoria pur sempre parziale e circoscritta.
Perché se gli edifici sulla collina di Montichiari sono vuoti, non altrettanto si può dire delle centinaia, migliaia di laboratori in Italia e nel mondo.
L’arrivo – pochi mesi dopo la conclusione della campagna – di due carichi di beagle provenienti da uno degli allevamenti della Marshall ancora attivi (uno, destinato alla Menarini di Pomezia, verrà fermato ed i cani tratti in salvo; l’altro, di 32 cuccioli, verrà invece inghiottito per sempre oltre i cancelli della Glaxo di Verona) ne è la triste dimostrazione.
Svuotato Green Hill, la guerra contro la sperimentazione animale è lungi dall’essere vinta.
E’ da questa consapevolezza che prende piede l’idea di una nuova campagna, e di una nuova azione che sia in grado di smuovere coscienze ed un dibattito interno alla società sulla liceità etica di imprigionare e torturare esseri senzienti in nome del progresso medico-scientifico.

Vengono scelti un nome, un luogo ben preciso, ed una data.
La data, quel 20 aprile, ricade all’interno della settimana da anni dedicata al ricordo e alla solidarietà verso le vittime della vivisezione.
Il 24 aprile di ogni anno si celebra infatti la Giornata Mondiale per gli animali nei laboratori.
La data, scelta nel 1979 dall’associazione inglese NAVS (National Antivivisection Society), e riconosciuta persino dalle Nazioni Unite, viene celebrata in tutto il mondo con proteste e manifestazioni, anche nei giorni immediatamente precedenti e successivi.
Non è un caso che la prima manifestazione organizzata contro Green Hill sia stata proprio il 24 aprile 2010.
Viene poi deciso per lo stabulario di Farmacologia dell’Università di Milano. E’ infatti proprio a Milano che si celano, dietro anonimi edifici, decine di laboratori. Di questi, almeno venti sono quelli universitari. Molti lavorano per aziende private. Ovvero, praticano vivisezione in luoghi pubblici per arricchire farmaceutiche, industrie chimiche, aziende zootecniche.
All’interno dei laboratori vengono creati animali transgenici, compiuti esperimenti su sostanze d’abuso, su malattie degenerative, psichiatriche, sul comportamento degli animali da laboratorio, per il “progresso della medicina sperimentale”, sulle patologie che affliggono gli animali rinchiusi negli allevamenti intensivi, e che ne limitano la produttività.

Anche il nome dato alla campagna è ben ponderato e denso di significato: “Abbattiamo il muro di silenzio”.
Il comunicato con il quale, in quell’aprile 2013, il Coordinamento chiama a partecipare al corteo, termina con questa frase: “E’ l’informazione la base della rivoluzione”.
Come accade anche per ogni altra forma di sfruttamento e di dominio, sia esso rivolto a lavoratori schiavizzati del terzo mondo o animali massacrati in mattatoi o laboratori, sono silenzio e mancanza di informazione, mura invalicabili e porte chiuse, distanze spaziali e concettuali a rendere l’inaccettabile accettabile. E quel giorno questo è stato fatto. Quel giorno sono stati rimbalzati all’esterno non solo i dati relativi ai protocolli, ma anche la quotidiana realtà di chi quei protocolli li subisce.
Centinaia e centinaia di individui rinchiusi in scatole di plastica impilate su scaffali, dentro stanze senza luce naturale, senza aria, con il continuo rumore delle ventole di areazione. Animali immobilizzati dalla paura, o in continuo frenetico movimento all’interno delle loro minuscole gabbie.

Quel giorno, mentre un gruppo di attivisti effettuava un diversivo per attirare l’attenzione del custode e di eventuali guardie, e mentre il corteo indetto si radunava avanti alla Stazione Centrale, i cinque scavalcavano i cancelli dell’Università, salivano i quattro piani di scale e facevano irruzione nello stabulario. Bloccavano le porte legandosi ai maniglioni antipanico per il collo. E cominciavano a diffondere all’esterno le immagini degli animali prigionieri, i testi dei protocolli attivi, i dati del registro di carico e scarico (con macabra ironia conservati in un fascicolo dal titolo “Destinazione Heaven”), con il numero degli animali uccisi, persi, scomparsi, morti, smaltiti come rifiuti.
Da lì uscirono a tarda sera, dopo una serrata trattativa con i portavoce dell’ateneo, portando con loro, in salvo, quattrocento topi ed un coniglio, e accordi per la successiva liberazione di tutti gli altri individui, liberazione alla quale, invece, l’università si è poi sempre opposta.

Ora il processo avrà inizio. Gli attivisti sono accusati di occupazione, violenza privata e danneggiamenti.

In aula diremo la verità.
Ovvero che rifaremmo mille volte quanto fatto.
Perché vogliamo giustizia per tutti coloro a cui quel giorno è stata negata la libertà e la vita, e per le migliaia di individui rinchiusi e “sacrificati” nei laboratori di tutto il mondo.

Ancora, e di nuovo, vogliamo continuare ad abbattere il muro di silenzio che consente alla vivisezione di esistere.