DICHIARAZIONE GIULIANO FLORIS

Il 20 Aprile 2013 siamo entrat* nello stabulario dell’Università Statale
di Milano e lo abbiamo occupato per vari motivi:
1. Liberare gli individui prigionieri;
2. Mostrare l’ordinaria normalità della vita di uno stabulario;
3. Creare dibattito, in particolare in ambito universitario e nel mondo
della ricerca;
4. Rilanciare la lotta alla vivisezione all’interno del cosiddetto movimento
animalista

Tutto questo per opporci a un sistema sociale e culturale che imprigiona,
sfrutta e uccide chi viene considerato inferiore e che, proprio su queste tre
cose, poggia le sue fondamenta e reprime ogni tentativo di ostacolarlo.
Quel giorno abbiamo fatto una sola richiesta all’Università. Uscire con
tutti gli animali. Purtroppo riuscimmo a portarne via solo una parte perché,
ingenuamente, ci fidammo dell’accordo, della trattativa e degli impegni
presi da noi e da loro. Noi saremmo usciti e loro avrebbero liberato tutti.
Ciò, come ben sappiamo, non è accaduto. L’Università e il Rettore Vago
non rispettarono l’accordo, si rimangiarono la parola data e non mantennero
la promessa. Noi, purtroppo, uscimmo con solo una parte degli animali,
certi che nei giorni seguenti tutt* avrebbero visto la libertà. Ci siamo fidati
di chi ha sempre mentito: la professoressa Viani, la quale disse che, per il
semplice fatto che noi fossimo entrati là dentro, gli animali non erano più
utilizzabili; il Rettore Vago, che accettò l’accordo, rimangiandoselo un
istante dopo e che in questo stesso Tribunale ha dichiarato il falso, affermando
che non c’era stato alcun accordo; il Professor Zoratti, Direttore
del CNR, anche lui firmatario della denuncia a nostro carico che non aveva,
come tutti i suoi colleghi, la minima idea di quanti animali vi fossero
all’interno e di quanti ne avessimo portati via. Ma, guarda caso, sono stati
solerti nel formulare una richiesta di risarcimento danni che loro stessi non
hanno saputo motivare, sostenere e giustificare. Quel giorno non abbiamo
distrutto quelle gabbie. Gli animali ci furono affidati quando l’Università
si rese conto che non eravamo cinque scalmanat* improvvisat*, ma che
stavamo documentando e, soprattutto, portando all’esterno le immagini
di quella brutale e ordinaria normalità, lo squallore delle gabbie, la disperazione
dei prigionieri, i dati sconvolgenti riportati sul registro di caricoscarico
(ricordo con orrore quelli che indicavano come venissero buttati,
ogni pochi giorni, circa 34kg/37kg di topi morti alla volta) ed i commenti
sui libri consegna (in particolare il fascicolo “Destinazione Heaven”), in
cui si chiedevano che fine avessero fatto gli animali spariti dallo stabulario
e non trovati più nelle loro gabbie.
Abbiamo scelto quello stabulario non per fare un torto a chi ci lavora
dentro, ma come simbolo di tutti gli stabulari e i luoghi di sfruttamento – e
non solo quelli per la ricerca. Non stavamo cercando situazioni eclatanti di
maltrattamento o eccezioni. Non ce n’era bisogno. Personalmente, mi bastava
mostrare la normale, crudele quotidianità di uno stabulario e vedere
ciò che subiscono ogni istante gli animali imprigionati. La vita in quelle
gabbie. L’essere sempre esposti senza alcuna possibilità di nascondersi o di
sottrarsi. Giorno dopo giorno. Ora dopo ora. In un luogo dove anche solo
un minuto può essere lungo come una vita intera, in un luogo che, a sua                                                             volta, racconta la vita di migliaia, migliaia e migliaia di altr* prigionier*
in altre gabbie, concrete ma anche culturali. Gabbie costruite in modo da
sembrare necessarie, che a volte possono persino sembrare belle e che
proprio per questo svolgono egregiamente la loro funzione. Gabbie che
possono essere minuscole, come quelle dei topi che abbiamo liberato, ma
anche gigantesche, come le frontiere che respingono chi invece dovrebbe
essere accolto, ascoltato ed aiutato.
Da quel momento la lotta alla vivisezione è cambiata, quasi sparita.
Perché gli unici che hanno capito la vera importanza e la portata di quel gesto
furono proprio, per ironia della sorte, quelli che difendono lo status quo
e vivono del mondo della ricerca, difendendo la sperimentazione animale.
Che la praticano. Piuttosto che dai nostri compagni di lotta. Prima eravamo
noi che urlavamo davanti ad un palazzo, inascoltati da tutti. L’azione
di farmacologia è servita appunto ad abbattere quel muro di silenzio che
ha sempre avvolto il mondo della ricerca che utilizza gli animali. Dopo
l’occupazione, la controparte è stata costretta, si è sentita in dovere ed ha
avvertito una necessità e un’urgenza prima mai sperimentate, di difendere,
giustificare e spiegare il proprio operato. Sono scesi in piazza, hanno scritto,
partecipato a dibattiti e confronti, hanno dato vita ad una forte opposizione
per rivendicare il primato della scienza, sempre e comunque, al di là
di ogni etica. Noi, invece, abbiamo voluto rivendicare l’etica nella scienza
e la necessità della partecipazione della società civile nelle questioni della
scienza e della ricerca. Che devono rendere conto della giustizia di quello
che fanno. Non dell’utilità. Non importa se una cosa è utile se sfrutta un
altro essere vivente. Un altro essere vivente che normalmente, senza l’intervento
umano, sarebbe in grado di creare relazioni con i suoi simili e anche
con altre specie. Che ha voglia di giocare, di essere riconosciut* come
individuo. E questo nel mondo della ricerca e dello sfruttamento animale
in generale manca assolutamente.
I nostri compagni e compagne non hanno saputo comprendere la profondità
del nostro gesto. Il movimento, che non è altro ormai che un grande
vortice che risucchia e risputa fuori solo rottami e resti di quella che invece
potrebbe essere una grande forza rivoluzionaria, non ha saputo, o voluto,
cavalcare, condividere e sostenere le nostre istanze. Non solo. Siamo stati
lasciati soli dai nostri stessi compagni, incompresi da chi avrebbe dovuto
sostenerci, attaccati e processati con pregiudizi, prima ancora che da
questo Tribunale, da chi avrebbe dovuto fare parte della medesima lotta e
cogliere la scintilla con cui ricostruire un’autentica azione dal basso, senza
deleghe a partiti e associazioni e con l’azione diretta.
Quel giorno volevamo usare i nostri corpi sia come scudo per difendere                                                              quei prigionieri dai loro sfruttatori sia come strumento di lotta e liberazione
per scardinare quelle gabbie fisiche e mentali che fanno pensare che tutto
sia lecito. Un pensiero specista, così profondamente radicato in questa
società, da far sembrare normale vedere ogni giorno camion pieni di esseri
viventi condotti a morte, appesi nelle macellerie, confezionati e messi in
bella mostra negli scaffali dei supermercati, pescati e lasciati morire lentamente,
chiusi negli zoo e nei circhi, ammassati nei centri di identificazione
ed espulsione o bloccati alle frontiere. Un sistema che fa sembrare
normale e tollerabile il fascismo dilagante, sempre più spavaldo e potente
che porta anche chi pensa di lottare per la liberazione animale a sostenere
chi è profondamente in antitesi con il vero significato di “antispecismo”.
Quel giorno abbiamo fatto un’azione di disobbedienza civile non violenta.
L’unica violenza l’abbiamo esercitata sui nostri corpi. Abbiamo violato
delle leggi profondamente ingiuste. Perché siamo riusciti ad intravvedere,
oltre quelle gabbie, il muro di silenzio che avvolge tutto questo schifo.
Il vero pericolo per questa società è chi continua a voler dividere questo
mondo in razze, specie, generi, chi continua a voler discriminare chi considera
diverso ed inferiore. Difeso da tribunali come questo. Quel giorno,
violare quelle leggi ed andare contro questo sistema è stata la cosa più
giusta che potessi fare