DICHIARAZIONE FRANCESCA DE MARIA

Quando, 21 anni fa, mi iscrissi all’Università degli Studi di Milano la
realtà della sperimentazione animale, dell’industria farmaceutica, delle
frodi medico-scientifiche fu una scoperta sconvolgente. Iniziai subito a
leggere e a documentarmi. Insieme ad altre persone facevo banchetti informativi
davanti alle sedi delle facoltà scientifiche dove cercavamo di
informare gli studenti circa il loro diritto a non partecipare a laboratori di
dissezione e di sperimentazione in vivo sugli animali. Infatti, in Italia dal
1992 esiste una legge relativa alle «Norme sull’obiezione di coscienza alla
sperimentazione animale». In sede universitaria nessuno veniva informato
di questa possibilità.
Studiando Scienze Naturali ero immersa in materie scientifiche che mi
affascinavano in quanto vi vedevo un tentativo di leggere l’ordine naturale
delle cose. Pensavo che la ricerca del senso della vita, che in fondo sta alla
base della filosofia della scienza, non potesse che portare al rispetto profondo
per tutto quel che con noi è presente su questo pianeta. Sentivo che
noi condividevamo un grande viaggio con gli altri esseri viventi e in loro
mi sentivo vivere. Pensavo che così si sentissero anche docenti e compagni
universitari. Dopotutto avevo delle auctoritates a mio sostegno: Leonardo
da Vinci, Nietzsche, Einstein ebbero parole di grande empatia verso gli altri
animali. Ma le cose non stavano per nulla così.

La realtà era che, mentre nelle sere di maggio ascoltavo i canti di rane e grilli, sapevo che c’erano
miei coetanei capaci di prendere un bisturi e sezionarli, senza nemmeno
chiedersi il perché o senza pensare di rifiutarsi. La dissezione di animali,
uccisi apposta per quell’intento, e la sperimentazione su tante altre specie,
anche mammiferi, era una chiara prova di come l’università, il tempio del
sapere, considerasse gli animali: materiale didattico da usare e gettare.
Mi faceva impressione vedere come molti, troppi studenti fossero appiattiti
su quello che sentivano dire dai loro professori e come fossero
ostili verso chiunque osasse contestare i dogmi da loro appresi.

Nel 2013, dopo il nostro ingresso nello stabulario del Dipartimento di farmacologia,
ritrovai lo stesso atteggiamento in studenti e dottorandi che su internet si
scatenarono contro di noi. Molti altri si sporsero dalle pagine dei giornali                                                          e sui siti internet con frasi di questo tenore: «Allora se non volete che si
sperimenti sugli animali, fatevi avanti, offritevi come cavie!».
Trovo molto scoraggiante che nel pensiero di molti ci sia l’esigenza di
vedere soccombere e di vedere sacrificato qualcuno per salvare qualcun
altro. Secondo questa logica i deboli o gli esclusi di turno vanno messi
a disposizione di qualcosa di superiore che dovrebbe far prosperare quegli
umani che hanno avuto la fortuna di essere inclusi nella cerchia dei
degni di considerazione, libertà, vita. Ma la realtà è che per ogni essere
vivente l’integrità del proprio corpo è un interesse primario e per questo
un’azione che non vada a beneficio dell’individuo su cui viene praticata è
inaccettabile.

All’epoca del nostro atto di disobbedienza civile nell’Istituto di farmacologia
si svolgevano ricerche in gran parte riguardanti le malattie del
sistema nervoso: autismo, schizofrenia, malattia di Parkinson, malattia di
Alzheimer. Non ho le competenze per argomentare in modo scientifico
l’inutilità del modello animale, ma ho una coscienza e in base a questa dico
che ci sono già abbastanza esseri viventi affetti da questi tormenti e che,
invece di diminuire la quantità di sofferenza presente nel mondo, la sperimentazione
animale crea solo altra sofferenza, altro male, altro disagio.
E lo fa avvalendosi di una delle più grandi anomalie mai viste: gli animali
sarebbero dei perfetti modelli sperimentali perché fisiologicamente, biologicamente,
anatomicamente simili all’uomo. Polmoni, cuore, apparato
riproduttivo, occhi, ossa, epidermide, tutto in loro sarebbe assimilabile al
componente corrispondente nel corpo umano. Tutto tranne la mente e la
capacità di provare sentimenti, emozioni, dolore o piacere fisico. Tutto tra
uomini e altri animali sarebbe simile tranne l’intrinseca volontà di vivere.
I ricercatori non vedono gli occhi, le dita, le code, non sentono il cuore che
batte: gli animali sono solo materiale da esperimento.

La ricerca sugli animali è assimilabile a pratiche che l’umanità ha da
tempo condannato come per esempio la tortura di eretici e donne durante la
Santa Inquisizione o come la schiavitù, pratiche in cui le vittime avevano
corpi dei quali disporre senza alcun limite. A questi corpi non veniva data
alcuna scelta, per i loro torturatori l’unico esito possibile era morte atroce
o schiavitù perenne. Similmente, per gli animali nei laboratori non ci sono
scelte: possono morire durante gli esperimenti o per le conseguenze degli
esperimenti oppure, se sopravvivono, vengono sottoposti ad altri esperimenti.
Quando sono fortunati vengono sacrificati, cioè uccisi.

Dopo la nostra azione trovai in internet alcuni materiali universitari condivisi
dagli studenti. C’era anche un elenco dei metodi con cui viene indotta
la morte in animali piccoli e molto usati, come i topi. Oltre all’eutanasia,                                                              metodo ritenuto più umanitario, vi sono: ipossia, cioè mancanza di ossigeno;
compromissione dell’attività neuronale mediante metodi fisici; concussione,
ossia scuotendo violentemente l’animale; dislocazione cervicale;
decapitazione; shock elettrico; microonde; dissanguamento.

Noi, il 20 aprile del 2013, abbiamo voluto scrivere una fine diversa per
gli animali che siamo riusciti a portare in salvo. A quelli che abbiamo dovuto
lasciare indietro e che giacciono nelle gabbie dei laboratori vanno
sempre i miei pensieri.
I più grandi pensatori e i veri scienziati avevano un sapere enciclopedico
ed una grande coscienza che abbracciava non solo l’afflato verso i misteri
dell’universo, ma anche verso tutti gli esseri viventi della terra, come parte
di un tutto da rispettare e non da sfruttare e svilire. Spero che in un futuro
non troppo fantascientifico la maggior parte dei ricercatori sarà animata da
questo stesso spirito e dalla volontà di cercare delle soluzioni per il bene
comune.

Forse le ragioni dell’esistenza di una pratica retrograda come la sperimentazione
animale sono racchiuse in questo aforisma di Nietzsche:
L’uomo […] sia che operi bene o male, la prodigiosa eccezione, il superanimale,
il quasi-dio, il senso della creazione, l’indispensabile, la parola risolutiva
dell’enigma cosmico, il grande dominatore della natura e dispregiatore
della stessa, l’essere che chiama sua la storia: storia del mondo!
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