IL MONDO DA INCUBO DEI TOPI TRANSGENICI

A febbraio del 2013 l’associazione inglese Animal Aid ha reso pubblico uno studio sulla realtà che si cela dietro l’utilizzo massivo di topi geneticamente modificati nel mondo della ricerca.

Il dossier dal titolo Science Corrupted, curato dal dott. Adrian Stallwood, medico specialista in medicina d’urgenza e docente presso la Cardiff University, esamina le origini e lo sviluppo dell’uso dei topi nei laboratori e descrive quello che avviene durante il trasporto, negli stabulari, nei laboratori, e i risultati fallimentari dei modelli animali di patologie umane.

Leggendolo, a noi torna alla mente quel che abbiamo visto entrando nello stabulario di Farmacologia: centinaia e centinaia di individui rinchiusi in scatole di plastica impilate su scaffali, dentro stanze senza luce naturale, senza aria, con il continuo rumore delle ventole di areazione.

Animali immobilizzati dalla paura, o in continuo frenetico movimento all’interno delle loro minuscole gabbie.

Gli stessi animali che poi, una volta portati in salvo, abbiamo imparato a conoscere.

Una volta superata la paura, una volta ospitati in spazi adeguati, con la possibilità di costruirsi il proprio nido, giocare, curiosare, scavare e correre, hanno rivelato la loro vera natura di individui intelligentissimi, socievoli, in grado di creare vere e proprie opere architettoniche con il materiale a loro disposizione.

Ognuno con il proprio carattere, le proprie preferenze, antipatie e simpatie.

Individui che, come noi e voi, anelano la libertà, provano paura, dolore, noia.

Individui meravigliosi, il cui unico “crimine” è quello di essere topi.

Gli ultimi degli ultimi.

Considerati alla stregua di infestanti da debellare, massacrati con anticoagulanti, uccisi da colle e trappole, negli ultimi cento anni sono anche diventati lo strumento per eccellenza per la ricerca medica e farmacologica.

L’inizio dell’incubo dei topi da laboratorio ha origine ai primi del Novecento, e non avviene certo a causa di una loro pretesa vicinanza genica con l’essere umano (la mappatura genetica è al di là da venire), ma molto più semplicemente perché piccoli, facilmente trasportabili e manipolabili, docili, facili da allevare e far riprodurre.

Pionieri ne sono stati Clarence Cook Little (1888-1971), fondatore del Jackson Laboratory, tutt’ora uno dei maggiori fornitori di animali da laboratorio (Little fu anche presidente della American Eugenics Society, propugnatore di leggi sulla sterilizzazione per i marginali, segregazione dei malati mentali, segregazione razziale, controllo delle nascite per i poveri e gli emarginati; gli stessi principi di eugenetica e di superiorità razziale che poi ha applicato alla “produzione” di cavie da laboratorio) e Abbie Lathrop (1868-1918), insegnante in pensione del Massachusetts che iniziò ad allevare topi per venderli come animali da compagnia, per poi passare all’allevamento di cavie quando le richieste da parte dei laboratori si fecero economicamente e numericamente convenienti.

Il fatto che le cure provate per anni con successo sui topi si rivelassero poi inutilizzabili sugli uomini spinse la comunità scientifica a ricercare il modo di creare migliori “strumenti”.

Il metodo?

Modificare le caratteristiche genetiche di un animale, rendendolo “simile” all’uomo, o cercando di riprodurre artificialmente patologie umane.

Il primo animale transgenico appare nel 1974.

A metà degli anni Ottanta compare il primo “oncomouse” brevettato dalla multinazionale chimica DuPont.

È conseguente alla mappatura del genoma umano (1999) quella del topo, e conseguente a questo il susseguirsi di progetti di mutagenesi murina.

In altre parole si modifica il DNA dei topi utilizzando agenti chimici, li si fa accoppiare per vedere cosa ne vien fuori.

Gli agenti chimici provocano danni genetici allo sperma dei topi trattati, nonché insorgenza di tumori.

I piccoli nati presentano varie e vaste alterazioni genetiche.

I topi con fenotipi considerati interessanti vengono selezionati per ulteriori esperimenti.

Gli altri scartati e soppressi.

Milioni di topi sono stati avvelenati, milioni considerati inutili e uccisi, milioni torturati in esperimenti tesi a cercare di curare malattie umane su animali che ne scimmiottano i sintomi a causa del veleno iniettato ai loro progenitori.

Il boom avviene con il nuovo millennio, con l’avvento di consorzi di mutagenesi internazionali e migliaia di laboratori, pubblici e privati, intenti a creare “modelli animali” per qualsiasi tipologia di malattia umana.

Il processo di creazione di topi transgenici è di per sé fonte di indicibili sofferenze e del massacro di milioni di animali.

Quale che sia la tecnica utilizzata: targeting genetico o microiniezione pronucleare.

Per il targeting genetico in cellule staminali la procedura è questa: delle femmine vengono ingravidate e uccise.

Le cellule staminali vengono prelevate dagli embrioni, viene inserito un transgene e fatte riprodurre in vitro.

Altre femmine gravide di pochi giorni vengono uccise, le cellule staminali impiantate negli embrioni (blastocisti) e gli embrioni impiantati in femmine “pseudogravide” (ovvero trattate con alte dosi di ormoni e poi fatte accoppiare con maschi sterili).

In genere solo il 15-25% degli embrioni arriva a termine, e solo metà dei nati sono chimere transgeniche (ovvero hanno il corpo formato sia da cellule derivate dalle cellule staminali che dai blastocisti).

Gli altri vengono eliminati.

Le chimere vengono poi fatte accoppiare con topi non modificati.

Ne nascerà una percentuale di topi eterozigoti recanti la mutazione voluta.

Gli altri sono inutili.

Vengono quindi uccisi.

Gli eterozigoti knockout vengono incrociati tra loro e daranno vita a un 25% di topi omozigoti knockout e un 50% eterozigoti.

Gli altri (un quarto dei nati) vengono scartati e uccisi.

La microiniezione pronucleare consiste in questo: giovani femmine vengono trattate con ormoni per produrre iperovulazione e poi fatte accoppiare.

Il giorno successivo vengono uccise e gli embrioni prelevati.

In questa fase all’interno dell’embrione il materiale genetico dell’ovulo e quello dello sperma sono ancora ben separati in due pronuclei.

Materiale genetico estraneo viene iniettato in uno dei due pronuclei.

Parte degli embrioni modificati viene impiantata chirurgicamente all’interno di femmine pseudogravide.

Soltanto il 20-30% degli embrioni arriverà a termine.

Di quelli che sopravvivono solo il 10-20% presenta mutazioni genetiche stabili.

Gli altri, tutti gli altri, vengono eliminati.

Qualsiasi sia la tecnica utilizzata, i topi selezionati verranno usati come founder di colonie e, accoppiati con animali non modificati o wild type, dovranno produrre sufficienti animali a soddisfare la domanda dei ricercatori.

I programmi di allevamento, portati avanti in laboratori privati e pubblici (compreso quello di Farmacologia), spesso non hanno nulla da invidiare agli allevamenti intensivi: parti continui, animali malati lasciati languire, la noncurante conta dei cadaveri nei registri giornalieri.

Come negli allevamenti intensivi, le fattrici e i riproduttori vengono sfruttati, finché la loro produttività non cala.

Quando ciò avviene, quando non si riproducono più con il ritmo voluto, vengono uccisi.

Come negli allevamenti intensivi, i maschi vengono tenuti isolati, spesso vicini alle femmine per stimolarne la produzione di sperma.

Le femmine invece vengono detenute in gabbie iperaffollate, per poi essere costrette a partorire in contenitori di plastica privi di qualsiasi riparo o nido, come quelle che abbiamo visto nello stabulario ad aprile: madri che cercavano disperatamente di coprire con il loro corpo i propri piccoli, private della possibilità di costruire per loro un rifugio.

Quei piccoli che verranno loro tolti per essere prima sottoposti al processo di genotipizzazione (ovvero la verifica del DNA per appurare se la mutazione sia presente o meno; questo processo richiede il prelievo di tessuti, prelievo che avviene o forando le orecchie o asportando gli ultimi cinque millimetri di coda; l’operazione è di per se altamente dolorosa: la coda contiene infatti tendini, nervi, ossa spinali; il taglio della coda causa dolori sia cronici che acuti anche per molti mesi dopo l’operazione, inoltre, se la porzione di coda tagliata è superiore ai cinque millimetri, il topo soffrirà anche di problemi di equilibrio e di deambulazione), in parte immediatamente eliminati, e i sopravvissuti mandati a morire nei laboratori.

Ma non è soltanto la tecnica di allevamento a essere causa di dolore.

Molto spesso le stesse modifiche subite comportano malformazioni o danni tali da essere per i topi fonte di sofferenze: deformazioni, disfunzioni agli organi interni, problemi neurologici o comportamentali.

E ancora insorgenza di tumori, problemi respiratori, attacchi cardiaci, crisi convulsive.

Per gli individui più sfortunati, che non muoiono in utero o durante lo svezzamento, arriva poi il momento in cui vengono utilizzati per gli esperimenti per i quali sono stati creati: operazioni chirurgiche invasive, inalazione di sostanze tossiche o di tabacco, somministrazione di droghe, test comportamentali altamente stressanti e dolorosi.

Quel che il dossier di Animal Aid descrive trova riconferma anche nei documenti trovati nello stabulario quel 20 aprile.

A cominciare dal lungo elenco di individui morti, scomparsi, persi, uccisi senza apparente motivo, per continuare con i test e gli esperimenti descritti o dedotti dai protocolli che abbiamo visionato e studiato.

Ma “meglio un topo che un bambino”, rispondono i sostenitori della sperimentazione animale di fronte all’evidenza di quanta sofferenza si celi dietro le loro pubblicazioni.

Per noi, topo e bambino invece hanno lo stesso diritto a vivere, hanno pari dignità.

A questo aggiungiamo che – a detta proprio di chi la sperimentazione animale la pratica – l’utilizzo di topi geneticamente modificati come strumenti per la scoperta di cure per le malattie umane sia inutile quando non completamente fuorviante.

Quindi uccide il topo, ma non salva il bambino.

Le enormi differenze fisiologiche e anatomiche, il diverso funzionamento dei geni da specie a specie, le enormi lacune sul funzionamento del DNA, il fatto che le malattie studiate difficilmente hanno origine dal malfunzionamento di un solo gene (quanto piuttosto sono il risultato di un complesso insieme di fattori: cause ambientali, stile di vita, alimentazione), sono elementi da non sottovalutare.

Quel che troppo spesso viene utilizzato come modello animale, altro non è se non una parodia della patologia umana.

E il risultato è che un numero impressionante di studi si risolvono in un nulla di fatto dal punto di vista medico.

Ma consentono a stuoli di ricercatori di dar lustro alla propria carriera con centinaia di pubblicazioni, a istituti di ricerca di ottenere finanziamenti milionari con la promessa di ottenere la Cura, a chi alleva o trasporta animali o costruisce gli strumenti utilizzati per torturarli di continuare a guadagnare non solo sulla pelle dei milioni di animali uccisi, ma anche su quella dei pazienti che la Cura non l’avranno mai.

Tratto da “Fermare Green Hill” di Coordinamento Fermare Green Hill e George DL4
Richiedici il libro e contribuisci ad aiutarci a sostenere le spese processuali con un’offerta di 10 euro + spese di spedizione
. Scrivi a info@dentrofarmacologia.org per maggiori informazioni.