Insuscettibili di ravvedimento

Un racconto di Olmo Vallisnera. Una fiaba toccante. Tra i quattrocento topi che il 20 aprile 2013 uscirono con noi da Farmacologia parla e ci racconta.

Quella che vi voglio raccontare è una piccola storia che pochi conoscono, una storia di dolore e
sofferenza, di abusi e solitudini ma anche di gioia e riscatto, di carezze e solidarietà.
Dovete sapere che io alcuni anni fa vivevo in prigione, una minuscola prigione fatta di metallo lucido e sottili sbarre.
La mia cella aveva all’interno una piccola area dove mangiare nient’altro e, guardando in alto, un soffitto da dove penetrava luce accecante tutto il giorno e tutta la notte. Voi penserete che quando parlo di luce mi riferisca ai raggi delicati del sole, invece no, la luce che filtrava dalle sbarre sopra la mia testa era una luce artificiale, violenta, di un colore di tale intensità che i miei occhi bruciavano incessantemente ogni secondo e, a dispetto della forza con cui illuminava, la temperatura della cella era bassa, fredda e mi obbligava a tremare sempre.
Non riuscivo a dormire mai, il disturbo mi provocava ansia e il mio cuoricino era in costante accelerazione, ogni tanto, verso sera, avevo la sensazione che mi scoppiasse. Basterebbe questo a farvi capire in che
condizioni vivevo, la prigionia è concetto sempre doloroso e inutile ma nel mio caso il termine acquistava valenza terrificante, incomprensibile, tanto più che vivevo chiuso in quelle condizioni senza aver fatto niente per cui meritarlo. Nessuno si merita quell’inferno, nel mio caso non sapevo neanche il perchè, segregato senza colpa. Più avanti capii che non esiste mai una colpa, la colpa è un’invenzione, un inganno etimologico per renderci inoffensivi e allontanarci da una società che non ci vuole, utili solo a esperimenti, inutili perchè diversi.
Intorno a me, sopra e sotto a destra e a sinistra c’erano centinaia di altre celle uguale alla mia, stesse condizioni di illuminazione e di privazione di ogni movimento. Vivevamo chiusi tutto il giorno a parte qualche momento in cui ci facevano uscire per studiarci, analizzarci, sezionarci. Il momento dell’uscita era per noi visto come la discesa all’oblio, al terrore puro senza salvezza, tremavo da non riuscire a stare in equilibrio.
Non vedevo l’ora di essere nuovamente rinchiuso in cella per poter almeno respirare nascosto nell’angolo estremo ma anche consapevole che non esisteva rifugio, la cella era visibile in ogni sua parte. Molti miei compagni non riuscivano a sopportare tali torture e dopo poco morivano, meglio per loro, evitavano una tortura senza fine ancora peggiore, quella del tempo; fatti morire giorno dopo giorno per una strana concezione di scenza, un’assurda concezione che diceva e dice che esistono esseri viventi di seria A e altri di serie B e altri ancora di nessuna serie. Quelli di seria A sono molto
fortunati perchè possono crescere e vivere bene, sereni e profumati, allegri e spensierati, solo che per potere vivere così, gli altri animali, quelli di nessuna serie, devono morire accecati, devono respirare aria inquinata, mangiare veleno e ascoltare suoni che rendono sordi. Io purtroppo facevo parte della serie Z, una delle più abusate. Non so quanto tempo rimasi in quelle condizioni di prigionia, la mia mente vacillava, gli incubi prendevano posto al sogno. Vivevo una non vita fatta di allucinazioni e dolore, tanto dolore da diventare pazzo. Sempre sveglio, obbligato a sentire le grida dei miei fratelli, delle mie sorelle, grida che rimbombavano in quelle stanze piene di celle continuamente, inesorabilmente, indefinitamente.
Poi, dopo un tempo dilatato all’infinito, tutto cambiò. Non saprei dirvi il momento esatto e neanche la data, ero troppo stanco e imbottito di farmaci ma ricordo ancora le voci. Non erano le solite voci, quelle che quotidianamente sentivo in quelle quattro mura di cemento, voci stridule e paurose, tonanti, voci imperative, insensibili, autoritarie, violente. Per un attimo pensai che mi stavo inventando tutto, le voci che sentivo non le avevo mai sentite, erano riposanti, delicate, voci basse, calde, appena accennate. Probabilmente sto sognando, questi suoni non esistono qui dentro pensai, si, certamente sto sognando, finalmente un bellissimo sogno. Ma, voi non ci crederete, non era un sogno, quelle voci erano veramente dentro la stanza, tutte intorno alla stanza, erano presenti in ogni atomo di quell’ossigeno artificiale. Ricordo
ancora come fosse oggi, vidi dei volti di umani che assomigliavano a quelli che ci torturavano per aspetto ma i loro occhi erano diversi, non so spiegarlo. Occhi profondi, mamma mia quanto erano profondi, mi davano una strana pace che non conoscevo, perchè sapete, ero abituato a vedere occhi gelidi come il marmo, inespressivi, senza luce e senza la benchè minima espressione di compassione.
Questi invece erano colmi di lacrime, erano colmi di lacrime come i miei, feriti come miei, stanchi come i miei. Si avvicinarono lentamente e con una calma indescrivibile mi presero in braccio e mi portarono via di lì. Quanto piansi, si amici miei, piansi tutte le lacrime di questopovero mondo, piansi talmente tanto che le lacrime si tramutarono in fiumi in piena, in torrenti impetuosi che trascinarono via tutto, tutto quell’inutile dolore. Usciti da quel posto asettico e finto, finalmente sentii un’aria diversa, un vento che non conoscevo, che non conoscevamo, scoprimmo ben presto che quel vento nuovo, delicato si chiamava libertà.
La parola libertà è la parola più bella del mondo, racchiude tutte le altre, dentro vivono meravigliosamente espressioni come solidarietà, empatia, giustizia, rispetto nelle diversità, fratellanza, tutte posate su quel termine perfetto che è libertà.

Oggi sto bene, certo faccio fatica a camminare e la sera sono molto stanco, non vedo da un’occhio e ogni tanto ho dolori ma sto bene. Ho saputo che gli umani che ci hanno salvato, ora rischiano di dover pagare per le loro azioni, che tristezza, che idiozia, pagare per averci salvato, pagare per un’azione di tale nobiltà e coraggio. Probabilmente i nostri ex-carcerieri sono molto importanti e ascoltati e contano su questo per fare valere le loro ragioni. Io sono solo un piccolo topolino, quando è buio manco mi si vede ma una cosa la voglio dire: Fino a quando ogni cella non sarà libera, vuota, nessuno potrà considerarsi libero, nessuno, e fino a quando esisteranno esseri viventi che lotteranno per questo la nostra terra sarà salva. Ora torno a riposare nel mio morbido giaciglio, tanto profumato che ogni volta mi sorprende.
Io sono solo un topolino, un topolino fortunato, altri, purtroppo sono ancora segregati e spero di tutto cuore, che trovino anche loro esseri belli e determinati come quelli che ho trovato io. Ogni volta che mi addormento sento il profumo della libertà, che bella la libertà, buonanotte.

Olmo