Da che parte stare

Oggi, 25 aprile, festa della Liberazione, codividiamo questa riflessione di Marco Maurizi.
Chiunque si definisca partigiano della Verità e della Giustizia, chiunque oggi festeggia la liberazione dal nazifascismo, gli ideali di libertà ed eguaglianza, dovrebbe sapere da che parte stare.
 
Da che parte stare nel processo in corso contro gli attivisti che hanno occupato lo stabulario del Dipartimento di Farmacologia a Milano?
Penso che non ci possano essere dubbi: con loro, per la loro assoluzione, perché nelle aule di giustizia, troppo spesso trasformate in aule in cui trionfa il privilegio, possa per una volta avere voce la Giustizia, con la G maiuscola.
E lo dico non perché io simpatizzi con la loro causa, che è, comunque, anche la mia.
Non lo dico da partigiano antispecista.
Lo dico da partigiano, sì, ma della Verità e della Giustizia.
E avendo io spesso criticato il mondo degli animalisti e dei vegani per quanto di moralistico, violento e stupido c’è, purtroppo, in questo movimento, penso di essere al di sopra di ogni sospetto.
Gli attivisti che hanno compiuto un gesto chiaro e semplice di protesta quel giorno hanno tutta la mia solidarietà e dovrebbero avere anche quella di coloro che non hanno idee definite in proposito o magari sono a favore della vivisezione.
Perché quel gesto non solo è stato un gesto non-violento, dimostrativo, fatto a volto scoperto, da persone che si sono assunte pienamente la responsabilità di ciò che facevano ma aveva come fine qualcosa che nessuna persona potrebbe contestare: appunto che ci siano Verità e Giustizia nel modo in cui trattiamo gli animali non-umani.
Fare in modo che se ne parli, che si veda, che si sappia ciò che accade quando il mondo chiude gli occhi dietro le porte sigillate dei laboratori di ricerca o magari preferisce guardare altrove quando da quelle mura arriva una parola o un’immagine che descrive ciò che lì accade.
Perché il primo grande scandalo che circonda il mondo della sperimentazione animale, quello che precede e fonda gli altri (i cosiddetti “abusi” compiuti sugli animali in laboratorio, dando per scontato che la loro semplice detenzione, la tortura e la morte siano qualcosa che non possa essere definito “abuso”) è appunto il silenzio, la reticenza, l’omertà con cui la sperimentazione è trattata sui media, per tacere dei compiacenti difensori dello status quo sempre pronti ad attaccare chi pretende sapere cosa viene fatto agli animali come un provocatore, un nemico della scienza con la bava alla bocca.
Uniti come un sol uomo le forze della reazione politica, del capitalismo e del mainstream giornalistico si associano nella nuova caccia alle streghe contro chi protesta sapendo che gli animali vengono torturati e uccisi in nome di entità metafisiche chiamate “Scienza”, “Progresso” e “Benessere”. E, si badi, non perché parlare di scienza, progresso e benessere sia di per sé un’illusione. Farebbe comodo a lor signori che chi si incatena in un laboratorio, diffonda dati circa la condizione degli animali trattenuti, per magari portare in salvo qualche individuo condannato a morte certa, fosse un violento misantropo o un fricchettone senza cervello.
Purtroppo per loro non è così. Da anni ormai il movimenti antispecista cresce nella consapevolezza teorica dei suoi compiti, della difficoltà di mettere in campo azioni di lotta contro un sistema che sfrutta senza pietà al tempo stesso vite umane, non-umane, riducendo in schiavitù popoli e distruggendo interi ecosistemi. Da anni ormai molti attivisti studiano, si informano, criticano, fanno autocritica, discutono di azioni di lotta e, con il coraggio che li contraddistingue, con la rabbia che li anima quando il destino di sopraffazione e di morte riguarda gli ultimi degli ultimi, gli indifesi, decidono di agire e lo fanno nel modo più nobile, cristallino, commovente: interponendo i propri corpi alla furia distruttrice di quel potere, decidendo di sacrificare se stessi per il bene dell’Altro, di un altro che non parla la loro lingua, non ha le fattezze dell’umano ma ha voce, uno sguardo, una capacità di sentire che non può più essere semplicemente ignorata.
Di cosa sono accusati questi attivisti? Di dare voce a quella sofferenza. Di dire al mondo ciò che accade in luoghi che gli “amici della scienza” vorrebbero serrati alla pubblica opinione, chiusi, al di fuori di ogni controllo, di ogni decisione da parte di una società che dovrebbe disinteressarsi di ciò che “il sapere” fa della vita. Un’opzione cui gli scientisti del 2017 ancora pretendono di condannarci al grido: “la scienza non è democratica”, ovvero l’esatta negazione di ciò che l’impresa scientifica è stata dall’epoca della modernità. Perché non c’è scienza libera in una società non libera e chi pretende lottare per una scienza libera dovrebbe anzitutto preoccuparsi di sottrarla al potere disponente del capitale che condanna la vita ad essere merce, materia prima ad uso e consumo del profitto. Tutti noi siamo ostaggi di questo meccanismo anche se a pagare in prima persona e con la vita sono gli animali chiusi negli stabulari. Una società democratica degna di questo nome dovrebbe invece pretendere di sapere cosa ne è di queste vite abbandonate al suo tecno-potere, dovrebbe pretendere di vedere, di valutare e soprattutto di decidere se e cosa vuole fare di se stessa e degli altri umani e non-umani. Un modello sociale egualitario e democratico – che è l’unica base possibile per una scienza degna di questo nome – deve essere in grado di rompere ogni tabù che rinforza invece la gerarchia di potere e la logica dello sfruttamento.
Perché potremmo discutere certo all’infinito se e fino a che punto abbiamo questo diritto di disporre della vita degli animali non-umani. Ma dovremmo discuterne ad armi pari, facendo in modo che tutti possano sapere, vedere e dunque decidere in modo informato se vogliono che l’orrore dei laboratori di sperimentazione animale venga perpetrato anche in loro nome.
A tutti, anche a chi oggi li critica e li sbeffeggia marciando all’unisono con il potere, questi coraggiosi attivisti offrono la possibilità di dire “not in my name”. Offrono la possibilità di innescare un processo veramente democratico che può portare la società a diventare un posto migliore per tutti, umani e non-umani. Una trasformazione che ovviamente non potrà svolgersi nelle aule di un tribunale. Ma che da lì potrebbe finalmente ottenere una qualche visibilità e forse innescare un reale dibattito. Ed è quello che ci aspettiamo e che vogliamo che accada il 28 aprile.