Dentro farmacologia: Fuori dal silenzio

La scienza è un prodotto storico e sociale e per questo in ambito antispecista è stata ed è affrontata politicamente. Non importa tanto se una sperimentazione sia efficace o meno ma come si raggiunge questo o quel risultato, e gli esperimenti sotto il nazismo ce lo rammentano quotidianamente. La scienza non è un monolite dogmatico, super partes, a se stante, svincolato dalla società nella quale cresce, si espande e si trasforma. Proprio in virtù di questo chi applica la sperimentazione animale, o vivisezione, deve imperativamente tener conto della società che con forza insorge e si rifiuta sempre più di accogliere questo modello scientifico.
Lo dimostrano anche le campagne ormai decennali, non solo nazionali, ma internazionali; ce lo dice la recente Stop Vivisection EU, lo dice la maggioranza della società italiana. Perché? Perché è ingiusto abusare e sfruttare degli esseri senzienti indifesi, perché è aberrante torturare e seviziare miliardi di creature, qualunque sia la ragione. La ricerca scientifica oggi, grazie alle tecnologie, progredisce rapidamente ed ha a sua disposizione innumerevoli modalità per fare sperimentazione senza sfruttare altre specie animali. Infatti – anche se a nostro avviso dovrebbe essere completamente abolita – le leggi europee e poi nazionali nel loro recepimento parlano chiaro:

E’ consentito l’utilizzo degli animali ai fini scientifici o educativi soltanto quando, per ottenere il risultato ricercato, non sia possibile utilizzare altro metodo o una strategia di sperimentazione scientificamente valida, ragionevolmente e praticamente applicabile che non implichi l’impiego di animali vivi. (gazzetta ufficiale http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2014/03/14/14G00036/sg )

Eppure, chi controlla? I dati dovrebbero essere pubblici e invece non si trovano mai, si finisce in labirinti indescrivibili. Citando A. Ferrari: il modello animale è un paradigma per la sperimentazione: infatti i metodi alternativi, per essere validati, devono dimostrare la loro efficacia proprio sulla base dei dati ottenuti dai modelli animali. Se poi si aggiunge il fatto che interi curricula accademici delle varie facoltà di biologia, medicina, biotecnologie, biochimica ecc.. inculcano fin dall’inizio che la sperimentazione animale è necessaria e che, se contingentemente evitabile, lo è grazie all’applicazione delle 3R, il cerchio si chiude. […] è chiaro che la vera natura del problema è a livello sistemico, dunque politico: gli animali vengono percepiti come mezzi dai quali ottenere risultati e costruire carriere. […] Non si tratta di combattere la scienza, ma di combattere una certa visione della scienza basata sul modello animale e sul profitto. (Animal Studies, Politiche della Natura. Numero 1, 2012)

Milioni di cittadini si battono per la fine di questo modello scientifico, milioni di cittadini sono contrari alla barbara tortura degli animali nei laboratori, eppure questi signori continuano a dirci che è necessario, descrivono chi è contrario alle loro pratiche come oscurantista, incompetente, estremista, violento. In effetti il concetto etico secondo il quale non si deve arrecare danno ad altri esseri senzienti vale solo in astratto perché la legge, e nemmeno quella in realtà, consente loro di abusare quotidianamente e indisturbati degli altri animali.
Mentre noi disquisiamo di società, scienza, etica e sfruttamento, all’interno di migliaia di centri di ricerca miliardi di animali di variegate specie crepano nei modi più indicibili. Ci arroghiamo il diritto, come umani moderni, di gestire, generare, controllare, sfruttare, torturare, uccidere altri individui senza il minimo scrupolo. È necessario? E chi lo dice? Chi ha bisogno degli animali per arricchirsi e fare carriera? O anche chi ha la presunzione di fare il bene dell’umanità? Di quale umanità? Dei milioni di bambini che crepano nel mondo per le guerre, la fame e la miseria che il sistema – al cui apice è suddetta scienza – genera e continua a produrre?
Se il mondo della ricerca ci è vietato, nascosto, taciuto noi rivendichiamo invece che sia alla luce del giorno, aperto, che si dichiari nei suoi percorsi, nei suoi progetti in modo trasparente, condiviso e immediato e che soprattutto ascolti la voce dei milioni di cittadini che denunciano i suoi metodi, le sue prassi le sue pretese. Pretendiamo che trovi strade diverse da quelle legate allo sfruttamento e morte di miliardi di altri animali.

Come spesso accade, nelle nostre società oppressive e per nulla libertarie e democratiche, coloro che rivendicano giustizia e si battono per le libertà di altri, vengono repressi, isolati, descritti come violenti, terroristi, come gente di poco conto che disturba il quieto e sorridente vivere dei “buoni” e “dotti” professionisti contemporanei.

Nel 2013 degli attivisti antispecisti si sono introdotti nella facoltà di farmacologia e attivando una serie di pratiche nonviolente hanno iniziato una protesta, una denuncia di ciò che avveniva, e tuttora avviene, nei loro laboratori. Hanno mostrato al mondo lo scenario quotidiano di un laboratorio dove vengono torturati centinaia di animali. Hanno commesso diversi illeciti: sono entrati in un luogo vietato al pubblico; si sono incatenati; hanno salvato, a seguito di una lunga trattativa con il rettore dell’Università, centinaia di topi e un coniglio.

Rivendichiamo il diritto a violare la norma se questa è ingiusta e crudele; sosteniamo i cinque attivisti a processo dal 28 aprile prossimo per questi “reati”. Ci domandiamo inoltre, se in quello stabulario fossero entrate migliaia di persone, la reazione della Facoltà e dei media sarebbe stata la stessa? Crediamo di no, e questo dimostra, in parte, che la scienza dipende da ciò che la società vuole che essa faccia, non il contrario.

Una Facoltà Universitaria è un luogo pubblico al servizio della POLIS, al servizio del popolo e quindi, in quanto anche al nostro servizio, pretendiamo che smetta di uccidere altri animali, il “come” deve impegnarsi a trovarlo LEI, la scienza, non noi, cittadini. Finché questo non accadrà, sarà giusto che ogni cittadino interrompa ingiustizia e crudeltà, con tutti i mezzi che la pratica della nonviolenza ci ha lasciato in eredità. Quelle ricerche su animali venivano e vengono fatte anche in nostro nome e con i nostri soldi. Soldi sporchi di sangue, dolore e urla che noi respingiamo e rifiutiamo. Urla che, almeno per una volta, hanno varcato la soglia insonorizzata del lugubre asettico laboratorio per essere ascoltate.

Cinque persone, hanno fatto una grandissima azione di civiltà che milioni di persone sostengono e sosterranno, perché nonostante tutto ci piace ancora pensare e sperare che

“Grandezza e progresso morale di una nazione si possono giudicare dal modo in cui tratta gli animali”. Gandhi

Barbara Balsamo

Per Animalia Veritas