SPERIMENTAZIONE ANIMALE: DAL DIBATTITO AL DIBATTIMENTO

Sul processo per l’occupazione dello stabulario della Statale di Milano

Marco Reggio, attivista antispecista membro di Oltre la Specie e redattore della rivista Liberazioni, parla di noi e per noi in questo suo contributo.

Il 20 aprile 2013, prima della partenza di un corteo contro la sperimentazione animale, 5 attivist* del “Coordinamento Fermare Green Hill” entrano nello stabulario del Dipartimento di Farmacologia dell’Università degli Studi di Milano, sostenut* da un presidio di fronte all’edificio. Si incatenano alle porte, occupando gli stabulari, mostrando all’esterno quello che vi avviene quotidianamente e, alla fine, liberando 400 topi ed un coniglio. Rispetto alle pratiche di cui aveva fatto parlare negli ultimi anni il movimento antivivisezionista italiano, concentrato sulla battaglia contro l’allevamento di cani beagle per la ricerca “Green HIll” di Montichiari (poi chiuso proprio grazie alle proteste), questa azione presenta almeno due peculiarità.

Il primo luogo, non contesta l’utilizzo di cani, ma di altre specie (topi, principalmente), e sceglie quindi coraggiosamente di criticare la liceità della sperimentazione su animali che non incontrano lo stesso grado di compassione, il cui uso non suscita lo stesso sdegno che è in grado di suscitare un cane o un gatto (animali con cui, dopotutto, moltissime famiglie condividono un tetto). Eppure – è appena il caso di dirlo – i topi e i ratti non sarebbero certo meritevoli di minor considerazione: sono in grado di soffrire, come è noto, e di vivere una vita il più possibile piena e ricca, se i loro corpi non vengono confinati in una gabbia. Entrare in un laboratorio in cui sono rinchiusi questi animali “di serie B” (per l’opinione pubblica, ma anche, talvolta, per gli stessi animalisti) significa mettere in discussione il concetto stesso di “cavia”, cioè l’idea che un individuo possa essere catturato, privato della sua libertà e della sua integrità fisica senza il suo consenso, in nome dell’esigenza di ottenere informazioni utili alla ricerca scientifica.

In secondo luogo, i riflettori non si sono più accesi su un’azienda privata, come nel caso di Green Hill, ma di un ente pubblico. L’università è il luogo in cui si producono conoscenze: dati, tecnologie, saperi. E’ il luogo cui la nostra società assegna il compito di studiare il reale, ma, al contempo, quello di promuovere il dibattito sui valori condivisi, sulle scelte etiche e politiche, e – fra le altre cose – sui limiti della pratica scientifica stessa. Perché, ovviamente, la scienza ha dei limiti, limiti che cambiano tutti i giorni, e che non possono essere discussi soltanto da chi la scienza la “fa”. Ed è per questo che l’atto di aprire uno stabulario pubblico – alle telecamere, ma soprattutto alla possibilità di fuga di chi vi risiede senza averlo chiesto – è un atto di apertura di un dibattito pubblico, almeno potenzialmente.

E, invece, il dibattito nel mondo universitario, sostanzialmente, non c’è stato. In particolare, nell’ateneo in cui è avvenuto il fatto. Anzi, se oggi io scrivo di questa vicenda è perché i cinque attivist* dovranno rispondere dei reati di invasione di edificio pubblico, violenza privata, danneggiamento, in un processo che avrà inizio il 28 aprile. (Per inciso, l’atto è stato condotto alla luce del sole ed evidentemente senza alcuna forma di violenza, al di là di quello che le denominazioni dei capi di imputazione possono far supporre con un linguaggio che è tutt’altro che neutro). L’Università, in sintesi, sembra avere una strana idea di “dibattito”, più simile a quella di “dibattimento”. L’azione del 20 aprile 2013, per l’ateneo, non è altro che una violazione dei suoi spazi e dei suoi valori, un affronto alle sue prerogative che, oggi, sembrano sempre più avvicinarsi alla funzione di fornitore di risorse (materiali, umane e non umane) all’impresa scientifica, un mondo guidato da interessi che poco hanno a che fare con l’interesse della collettività. Pare che la comunità scientifica sia disposta, seppur con un certo fastidio, di discutere della sperimentazione animale dal punto di vista meramente scientifico ed epistemologico. Al tempo stesso, però, gli aspetti etici e politici di questa pratica non sembrano essere nell’orizzonte del dicibile. E’ quindi tutto sommato prevedibile che, anche solo per parlare di sperimentazione animale, siano necessarie azioni concrete come quella del 2013. In ogni caso, la discussione di istanze politiche che riguardano l’organizzazione della società non può che originare da qualche forma di “violazione”, da un conflitto, da dei gesti di rottura. Soprattutto quando ad essere in discussione sono le domande più profonde della politica: chi fa parte della società? chi deve essere protetto dalla malattia, dalla vulnerabilità, dal disagio? chi può invece essere utilizzato come strumento del benessere altrui? quali sono i corpi che contano e quali, invece, quelli che non contano, se non, letteralmente, come numeri?

L’università in cui la cura delle malattie o la scoperta delle leggi che governano la materia si intreccia problematicamente con il profitto privato, la carriera accademica con l’uso di corpi la cui voce in capitolo può essere facilmente ignorata, è anche la “mia” università. Perché io lavoro proprio in quell’ateneo che porterà a processo i cinque attivist*. Anche se non faccio parte del personale docente e ricercatore (ma di quello tecnico-amministrativo) e non lavoro in un luogo in cui si svolgono attività di ricerca su animali – sarebbe per me impossibile sia dal punto di vista emotivo che dal punto di vista etico -, l’apertura improvvisa dello stabulario allo sguardo pubblico è stata per me uno shock. Non certo perché non sapessi, come è il caso di altre persone, che cosa vi accade. Ma proprio perché si tratta di un atto che mi ricorda il disagio e la rabbia che provo ogni giorno quando penso che, al di fuori del mio ufficio, in altri luoghi poco pubblicizzati di questo ateneo che contribuisco a far funzionare, ci sono dei corpi imprigionati, sottoposti a pratiche invasive, spesso a sofferenze insopportabili – il tutto più o meno a norma di legge – colpevoli soltanto di non appartenere alla specie a cui appartengono i detentori del potere. E sono contento che questo atto mi ricordi ciò che avviene in molti laboratori, perché non si tratta di qualcosa a cui è bene rassegnarsi, anche se il sapere accademico, al di là dei suoi proclami formali sul “dibattito”, non sembra voler sentire voci diverse da quella norma sacrificale che stabilisce quali vite vanno preservate e quali no: alcune vite umane a qualsiasi costo, molte altre in misura variabile, alcune sostanzialmente mai, insieme a tutte le esistenze animali che, di solito, non hanno neppure un nome.

Per questo, come lavoratore dell’università e come persona che crede alla necessità di produrre sapere senza produrre sofferenza, in questo processo so bene da che parte stare.
La mia solidarietà va alle attivist* accusate dell’occupazione dello stabulario, a coloro che quel giorno sono riusciti ad uscire dalle gabbie e, soprattutto, a tutti quelli che “vivono” nel laboratori universitari contro la loro volontà.

Marco Reggio