ABBATTIAMO IL MURO DI SILENZIO

Sapevamo che, dopo Green Hill, sarebbe stato molto difficile riportare in piazza così tante persone.
Infatti, tornammo presto alle centinaia a cui eravamo abituati, ma la gente sembrava più consapevole e informata.

L’occupazione di Farmacologia fece il giro del mondo.

Cinque di noi si asserragliarono, legandosi per il collo, al quarto piano dello stabulario di Farmacologia dell’Università Statale di Milano.

Entrammo la mattina scavalcando i cancelli con le scale.
Entrammo in dieci per aiutare gli altri a chiudersi dentro con relativa tranquillità, con noi che tenevamo libere le scale e li aiutavamo a barricarsi dentro.

Fu un’azione senza precedenti.

Il mondo della ricerca da sempre inviolabile fu attaccato al suo cuore pulsante, in uno dei centri di ricerca più importanti della città, dove lo stesso CNR operava.
Furono minacciati dall’interno.
Violati i loro studi, messa a nudo la faccia nascosta della ricerca.

All’inizio cercarono di farci paura.
Quando la piazza si gremì di mezzi dei vigili del fuoco, con le gru per salire dal tetto e tirar fuori da lì i ragazzi.
Sapevamo che sarebbe stato facile dall’alto.
Ma loro, evidentemente, no.
Ci si gelò il sangue.
Capimmo che saremmo tornati a casa presto, ma non dicemmo nulla.

Poi accadde il miracolo.
Ci fu un attimo di silenzio prima del boato della gente.
Il tempo di deglutire e un respiro trattenuto.

Fu quando giuliano iniziò a leggere il registro di carico e scarico e cristina e lorenzo e francesca iniziarono a ripetere i testi dei protocolli, dall’alto coi megafoni, mentre noi sotto guardavamo con la faccia in su sotto una pioggia scrosciante che non dava tregua.

Ricordo che ero andato in macchina a prendere i panini per distribuirli alla gente.
Quando la polizia ci venne a cercare tra la folla perché l’università voleva trattare.
Già?
Nei nostri piani avremmo potuto resistere poche ore prima di essere brutalmente sbattuti fuori.
Qui, dopo poco, avevamo la credibilità per una trattativa.
E non era un dettaglio.
D’istinto dissi che ce ne saremmo andati solo con gli animali e mi cadde la bocca, ma cercai di non farlo vedere, quando acconsentirono, dicendo che andava bene, ma solo quelli che i cinque potevano portar via da soli.
Nessun altro sarebbe potuto entrare nello stabulario.
Nell’atrio del dipartimento, luogo della trattativa, entrai con sara bagnata come un cencio, con i capelli pieni di vento e pioggia, con le gocce che scendevano come lacrime lungo le guance, anche se non piangeva.
Io, accanto a lei, camminavo cento metri sopra il cielo.
Praticamente passammo oltre e sopra a tutti.
Quasi volando.
Pure così, zuppi e madidi, con estrema naturalezza, come nulla fosse, trattammo per ore per portare a casa il massimo.
Più volte interrompemmo bruscamente i lavori.
Tornammo sui nostri passi.
Rischiammo di buttare tutto all’aria.
Ricucimmo, pazientemente e sapientemente, gli strappi.
Mille scampoli rammendati insieme con pazienza.
Facevamo telefonate infinite ai ragazzi, al quarto piano.
Con la Digos che premeva per concludere.
Volevano andare a casa.
Anche se erano asciutti, loro.
Non ne potevano più.

L’azione si concluse con l’università che inaspettatamente si mise a trattare e cedette.
Contro ogni immaginazione.
La negoziazione tra Digos, università e sara per definire i dettagli fu lunga e tormentata.
Promisero di liberare anche tutti gli altri.
Che comunque erano già salvi e non sarebbero stati utilizzati (perché per loro inutilizzabili), ma mantenuti in vita presso di loro.
Si resero disponibili ad accordarsi nei giorni successivi per l’affidamento degli animali all’associazione Vitadacani.
Sembrava già cosa fatta.
Per questo sbaglia chi dice che rubammo gli animali, li sottraemmo illegalmente.
Il furto è tra i pochi reati che non compimmo quel giorno.

La giornata si concluse con i 5 di noi scortati fuori dall’università con le braccia cariche di scatoloni che portavano in salvo circa quattrocento topi e un coniglio.
Sembrava surreale.
Degna conclusione per una giornata memorabile e incredibile.
Di solito accadeva il contrario.
La stessa polizia era attonita, ci portava fuori, verso la libertà, invece che in questura.
Si limitarono a prenderci i documenti.
Tanto ci conoscevano già tutti.
Nessuna altra conseguenza lì per lì.
Aspettammo per mesi e mesi la liberazione di tutti gli altri animali rimasti dentro.
Almeno di quelli che ci avevano promesso.
E che, già, avevano dichiarato salvi.
Noi avevamo mantenuto la promessa, andandocene.
L’università statale di Milano, no.
Il rettore, nei giorni e nei mesi a venire, negando l’affidamento degli animali, tradì ignobilmente la parola data.
Tradì la parola data a sara, a me, a quanti aspettavano fuori, ancora, in quel giorno di pioggia, bagnati dalla mattina e si fidarono.
Per l’università di Milano, per il rettore non significò nulla quella parola.
Bastò rimangiarsela per farla sparire.

Ma per noi no.
Sfacciatamente, senza un briciolo di vergogna, si rifiutano ancora di dare una spiegazione, rispondere, esporsi.

Ma verrà la resa dei conti.

Tratto da “Fermare Green Hill” di Coordinamento Fermare Green Hill e George DL4
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